" Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre Teresa de Blasco. [...] Cesare Beccaria scrisse in età giovanissima un libro che gli diede la gloria, Dei delitti e delle pene. Teresa era nera di capelli e gracile. Divenne amante d'un ricco, certo Calderara. [...]
Giulia aveva quattro anni quando le nacque una sorella, Marietta. [...] Il padre voleva molto un maschio. Giulia e la sorella crescevano in mano ai servi, perché la madre, benché malata, era sempre in viaggio. Nel 1774, la madre morì del suo male, fra sofferenze atroci. Il padre era disperato. Il giorno stesso ch'era morta, volle che venisse fatto l'inventario dei suoi molti vestiti e gioielli. Chiamò a se' le due bambine e disse - E' tutto vostro -. Si stringeva a loro piangendo. Ma quei vestiti e quei gioielli, le bambine non li videro mai. Egli se ne andò a piangere nella ricca villa dell'amante della moglie, Calderana. [...]
Giulia intanto era stata chiusa in convento [...] dove venne totalmente dimenticata. [...]
Il solo a ricordarsi di Giulia era Pietro Verri. Veniva qualche volta a visitarla in parlatorio, Quando essa ebbe diciottanni, Pietro Verri sollecitò il padre perché la riprendesse in casa.
Giulia era molto bella, robusta e intelligente e di carattere forte.[...]
Giulia non era ricca. Pietro Verri allora e Cesare Beccaria si guardarono attorno e posarono gli occhi su un certo Don Pietro Manzoni, gentiluomo di campagna, vedovo senza figli, qurantaseienne, non ricco ma con una modesta sostanza. Aveva una proprietà nei pressi di Lecco, chiamata il Caleotto, dove soggiornava d'estate. D'inverno stava a Milano in una casa sui Navigli, in via San Damiano. Egli si mostrò arrendevole riguardo alla dote. Così fu concertato rapidamente questo matrimonio. Giulia non voleva che uscir di casa.
Don Pietro Manzoni viveva con sette sorelle nubili, una delle quali ex monaca, e aveva un fratello Monsignore, canonico del Duomo. Giulia fu subito molto infelice. [...] S'annoiava perdutamente. [...]
Tre anni dopo il matrimonio, il 7 marzo 1785, mise al mondo il suo primo e unico figlio, Alessandro. "
Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Torino 1983

" Sua madre era stata una donna autoritaria, pessimista, protagonistica (vedova anche lei e con una sua storia), schiava tirannica del suo figlio maschio un po' egoista, un po' capriccioso, un po' viziato: l'uno e l'altra avevano preteso molto dalle vivaci risorse della figlia e sorella - e non era forse il suo dovere? C'era stato poi il periodo trascorso in un collegio di monache per fanciulle orfane dove, per sua fortuna, studiò e anche bene (le Normali, provvida istituzione dello Stato unitario), ma dove le furono istillati dei terrori da cui non si liberò mai.
Perse un giovane fidanzato, perse un figlioletto, crudelmente, perse un marito parecchio più grande di lei, molto amato, ma molto nevrastenico. Passati tutti quegli avvenimenti, approdò allora, in quegli anni, ad una regione tranquilla in cui, salvo saltuari abbattimenti, si mosse da padrona, con gusto e vivacità. Era certo una privilegiata, come si dice ora: autonoma economicamente, con una modesta agiatezza amministrata con grande buon senso, con una casa sua cui era attaccatissima, in cui poteva vivere a suo modo, che non era certo stravagante, ma era il suo.
[...] non l'ho mai vista annoiarsi, non l'ho mai vista senza fare niente. Era molto laboriosa, invece. Guidava, abbelliva, manteneva efficiente con grande attenzione la casa; cuciva molto, a macchina, a mano. Mucchi di mutandine, di sottovesti, di grembiuli, di strofinacci, di conovacci, lenzuoli e federe con l'orlo a giorno, centri ricamati, scialli, golf a ferri e all'uncinetto e che miracolosi rammendi! Tutto questo usciva dalle sue mani, suscitando la mia ammirazione, ma anche il terrore di dover imparare a fare altrettanto. Ma non fu mai capace di insegnarmi: la mia goffaggine e la mia malavoglia la irritavano; mi strappava il lavoro dalle mani, dicendomi: va, va...va a studiare. salvo poi ad aggiugere sconsolata: ma come farai quando sarò morta...
Leggeva tanto, con grande partecipazione e immaginazione: non faceva molta differenza - e come la capisco - tra personaggi romanzeschi e personaggi storici; tra questi ultimi aveva poi i suoi eroi e le sue bestie nere. [...]
Nel suo ininterrotto colloquio con me, mi insegnò molte cose che ancora so. "
Rita Pozzilli Salvi (1920 - 2000)
Torno con te, in fine,
in dialogo serrato,
e nuovo;
cucio i tuoi punti
a trattenere insieme
diverse ruvidezze
in trame di fiato
lavorate; campi
contigui distinti
da confini e visitati da
lacerti brevi;

e fanno eco a
l’ombra
il grigio
l’ocra
il nero.